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Dolce guida e cara
Data 12-01-2015 | Visti  1209

FAMIGLIA, TERRA DELLA LIBERTÀ
 
S. Grygiel, "Dolce guida e cara". Saggi antropologici sul femminile, Ares, Milano 1996, 123-136.
 
1. La nascita della famiglia: terra della libertà, casa dell'identità
2. La nascita del figlio: la Famiglia trinitaria
3. Edificare continuamente la famiglia: dall'oggetto al soggetto
4. La famiglia nella società
 
Giovanni Paolo II, parlando della famiglia a Kinshasa disse: "L'argomento è meraviglioso, ma la realtà è difficile». Infatti la famiglia è un argomento meraviglioso e una realtà difficile, perché esige che l'uomo miri ogni giorno al gratuito, il cui ideale sconfina nel divino. Voler essere uomo significa voler diventare Dio. Per poter essere umano, bisogna allora essere sovrumano. È proprio per questo che la famiglia, essendo realtà difficile, è argomento affascinante.
 
"accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accose voi"  Rm 15:7
 
L'individuo oggi è spesso spaesato, esule dal suo mondo, ha perso le coordinate della propria esistenza. Anche nella chiesa viviamo un individualismo radicale, e auto rappresentanza- difficilmente siamo in grado di ospitare- fugaci in non luoghi- la vera dimora di un individuo sposato è la trascendenza-  qui e ora- ospitare- dare spazio al tempo- abbiamo tutti fretta- l'identià umana è relazionale, non è auto referenziale- non si può avere un immagine di sé, se non di fronte a un altro- spesso affidiamo la nostra identità al consumo- l'utile che si riferisce a se stesso.
Inutilità: inutile, non vagabondi- ma dare spazio alle nostre giornate a questa dimensione dell'accoglienza dell'altro-
La logica dell'identità umana è relazionale- comunitaria- ‘io mi compiaccio di quello che fai tu- di quello che sai- ciò che fai mi interessa-
L'isolato è un povero d'identità- la sua vita si svolge dentro un'identità asfittica= la noia
Noi non siamo al mondo per essere più efficienti – ma per conquistare la bellezza che ci precede- la vita monastica, la famiglia rimanda al mondo degli affetti, l'aeroporto rimanda al transitante,
L 'accoglienza degli altri può avvenire quando noi siamo accolti e accogliamo Dio. Ospitare Dio per ospitare gli altri., con gesti concreti, soprattutto nei confronti del fratello
Gesù ci svela come il Padre acoglie gli altri.
La storia di Marta è Maria è preceduta dalla parabola del buon Samaritano- ‘chi è il mio prossimo?' Il Samaritano si fa carico delle sofferenze di quest'uomo- il Samaritano in viaggio cambia nome e diventa Gesù- entra in un villaggio e va da amici-
Betania= casa dell'amicizia Bet=casa, bet, ingresso in una casa, casa degli amici, accoglienza, dagli amici
Marta accoglie Gesù- e occore dire suscita la nostra tenerezza, ma per Marta l'altro, l'ospite è un fastidio- Gesù la rimprovera non per i servizi, ma per la sua preoccupazione- una sola è la cosa dalla quale nascerà tutto il resto. Maria compie un rito, un rito dell'ascolto e dell'amicizia, in lei si è compiuta una realizzazione concreta dell'agire- ossia Dio nel mondo, un atto di gratuità, Maria si fa silenzio, il primo servizio è l'ascolto.
L'ascolto senza gesti concreti di amore non è ascolto- i gesti di accoglienza hanno una sorgente, senza la quale non potrebbero scaturire- i gesti di amore che poniamo sono sempre una risposta a un amore che si desta prima di noi- ossia può compiere gesti di amore colui che si sente prima amato.-
 
Marta e Maria sono due volti di un unico comandamento. Cosa devo fare per avere la vita eterna? ‘Ama Dio e il prossimo come te stesso'. Chi si sente amato senza condizioni viene trasformato da dentro- Gesù non cerca servitori, ma amici, e questo avviene attraverso l'ascolto, e richiede tempo-
Chi sa ascoltare oggi?
Chi sa perdere tempo per l'altro- perdere tempo è un lusso indispensabile- ascolto una persona, un volto, una foresta, un tramonto…
La sfida è essere esperti nell'accogliere le persone- le relazioni umane sono importanti, le tentazioni dell'affanno sono striscianti- in famiglia, nella chiesa c'è la tentazione a ridurre il cristianesimo a opere buone- la religione è una religione di amore, dell'accoglienza dell'altro
La casa di Betania è un luogo dove Gesù insegna a Marta e Maria le dinamiche dell'accoglienza di Maria, fatta di; ascolto, silenzio, accoglienza- da cui scaturisce tutta la dinamica del servizio.
Per Maria accogliere è una gioia, per Marta è una fatica, adesso mi tocca anche…
Tavola= mettersi a nudo nei confronti dell'altro, - è un rischio, in quanto si mette in comune noi stessi con gli altri.
Importanza di rendere unico il luogo della tavola- come luogo trasformante- allenarsi all'ospitalità
Precede un momento dell'ascolto- ossia prepare i cuori con la preghiera-
 
  
1. La nascita della famiglia: terra della libertà, casa dell'identità
 
In quel mirare al divino gratuito si rivela e si realizza la nostra libertà. L'uomo è libero quando dimora nella propria casa che non si trova nelle cose né negli «animali» (cfr Gn 2,20).
Lo spazio della casa comincia in un'altra persona nella misura in cui essa gli indica Dio e a Lui lo conduce. Solo dimorando insieme in Dio, gli uomini fruiscono della verità del suo divino amore che è libertà.
 
            Colui che vive nella libertà che sta alla base della famiglia mira al divino. Ed è attraverso la famiglia che egli riceve dal divino la propria identità. La famiglia, mettendo in rilievo il carattere divino dell'uomo, lo difende contro il meccanismo sociale che tende a ridurlo a una delle sue funzioni. Infatti, la libertà è divina, perché essa è amore che trasfigura perfino le funzioni.
 
L'amore è inscritto nella struttura dell'essere persona umana; esso è il suo nome.
 
            L'amore provoca l'amore. Esso non impone nulla a nessuno. L'amore soltanto ama. Colui che ama obbliga l'amato soltanto ad amare, cioè a dare tutto, perfino la vita all'altro.
È qui che abbiamo a che fare con l'essenza della libertà, senza la quale non c'è nessuna possibilità di comunione delle persone. Abbiamo paura di essere liberi, perché il carattere dialogale della libertà esige da noi di essere sempre più grandi di noi stessi. Altrimenti non possiamo ricevere né dare nulla.
 
            L'uomo colpito dall'amore, chiamato a essere amore, si raccoglie nel proprio essere e, rientrando in possesso di sé e diventando padrone di sé, risponde all'amore adeguatamente, cioè con tutto se stesso. In questo dialogo, la cui essenza consiste nell'offrire la propria vita all'altro, nasce l'autocoscienza dell'uomo. Offrendo se stesso, egli è ancora più se stesso, perché colui a cui si dona cerca di rispondergli a sua volta con l'amore.
 
La presenza dell'uno e dell'altro, quella reciproca parusia (dal greco, "essere presente per qualcuno") costituisce lo spazio in cui l'uomo si rivela a tutti, incluso se stesso.
            Pensiamo alle cene, ai pranzi nelle famiglie, nei quali l'uno è presente all'altro, e dove invece manca tale presenza. L'Eucaristia è una realtà propria della famiglia. È nell'Eucaristia che si rivela l'amore in cui si realizza la libertà.
 
            Le persone, rivelandosi l'una all'altra, creano lo spazio in cui dimorare. L'una abita alla presenza dell'altra e, abitandovi, le offre la propria presenza da abitare. In altri termini l'uomo, abitando nella «parusia» dell'altro, partecipa al suo essere e all'agire che ne deriva, cioè al suo conoscere la verità e al suo fare il bene. Conoscendo insieme la verità e facendo il bene, dimorano nella stessa casa.
 
            La casa è il luogo in cui l'uomo si sente bene, perché vi è nato dall'amore e non per caso. Il suo sentirsi da sé, il suo sentirsi amato, si esprime nel cognome che egli aggiunge al verbo «sono». L'uomo si presenta, con l'aiuto del cognome, la casa familiare, cioè l'amore dal quale proviene. È come se dicesse: "Guardate, sono amato! Ecco l'amore in cui dimoro e che costituisce la mia dignità".
 
            Il libro della Genesi è insuperabile nel descrivere questo camminare ed edificare la casa degli uomini. Adamo cerca l'aiuto in primo luogo nelle cose e negli animali, ma, pur avendo dato dei nomi a essi, si rende conto che invece di essere aiutato perde la libertà, perché si riduce a una realtà che non lo conduce verso ciò di cui egli è il desiderio. Identificandosi con le cose e con gli animali, diventa una loro ridicola imitazione. Cercando in essi l'«aiuto» per sé, senza poter mai raggiungere il livello della loro vita, commette una menzogna che occulta la verità del suo essere e soffoca la sua libertà e, soffocato, tratta gli altri e se stesso come se egli fosse un «animale».
 
            L'uomo trova, invece, l'aiuto nella persona di Eva, la quale, rivelandogli il proprio essere teso all'infinito, al divino gratuito, gli rivela la verità del suo desiderio di essere di più e il suo destino.
Nella diversità di Eva gli si delinea la verità futura del suo proprio essere, e nella comunione con lei gli viene data la caparra del suo compimento. Affascinato ed entusiasmato a intraprendere questo cammino, Adamo grida: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. [...] Dall'uomo è stata tolta»·(Gn 2,23).
 
            L'uno dimora nel cognome dell'altro, cognome che indica la casa familiare che è Dio stesso. Guardandosi l'un l'altro faccia a faccia, ognuno muore a sé, per rinascere nel "noi" come "io" e "tu" propri delle persone. Rinascono, quindi, arricchiti l'uno dell'altro.
 
            Questo loro guardarsi l'un l'altro faccia a faccia, il loro morire e rinascere, ci permettono di intravedere ciò che succederà quando, guardando Dio faccia a faccia, moriremo per risorgere.
La grandezza della libertà che si realizza e si rivela in questo reciproco aiutarsi l'un l'altro dipende dalla risposta alla seguente domanda: fino a che punto l'uno è pronto a morire per l'altro?
 
            Colui per il quale l'altro dà la vita, ha una casa, ha dove ritornare. La salvezza dell'uomo, allora, si trova nella morte, che è assolutamente puro dono. Può morire così, però, solo chi accetta volontariamente la morte. Nella comunione, le persone, fruendo l'una dell'altra e aiutandosi l'una con l'altra, comprendono se stesse.
 
            I corpi delle persone unite in matrimonio diventano "trasparenti", diffondono la luce del mistero dell'amore e della libertà di Dio.
Nella dimora matrimoniale, nella presenza della moglie al marito e in quella del marito alla moglie, entrambe orientate verso l'amore che è Dio, inizia l'edificazione della casa. La comunione matrimoniale, quindi, non appaga il loro desiderio di essere beati, desiderio insaziabile fino alla morte. Permette però di non confondere la beatitudine con qualsiasi godimento.
 
 
 
2. La nascita del figlio: la Famiglia trinitaria
 
            L'uomo, unendosi alla persona amata, la genera ed è generato da essa.
Insieme danno inizio a un mondo nuovo, caratterizzato dalla comunione.
 
Il marito e la moglie, generandosi a vicenda, creano lo spazio per l'atto creatore di Dio il cui amore, quasi provocato da quello di loro e approfittandone, chiama una nuova persona a essere amore: un figlio che è di Dio più di quanto non sia loro. L'identità, quindi, della sua persona non dipende dalla società perché non dipende nemmeno dai genitori.
 
            Il matrimonio e la famiglia mirano alla Famiglia trinitaria il cui cuore trabocca dalle rive del divino, creando gli esseri capaci di riceverlo.
 
            Colui che sfugge alla «pro-vocazione» all'amore fugge dalla libertà. Non accetta di essere chiamato dall'altro ed egli stesso non chiama nessuno. Accetta invece di essere trattato come una mela buona da mangiare, piacevole agli occhi e utile per acquisire da essa la capacità di fare qualcosa d'altro al presente desiderato. Lo accetta perché egli stesso vuole trattare così gli altri.
 
            L'uomo non libero, l'uomo dipendente da questa o da quell'altra cosa, diventa sempre più pigro, anche se producesse tante cose·utili o addirittura indispensabili per la sopravvivenza. Anzi, gli schiavi sono indaffarati per paura di dover lavorare. Infatti l'essenza del lavoro, di quell'entrare nel sacro dell'altro uomo, essi non la conoscono.
 
            Il non amare l'altro fino a dargli la propria vita, finisce nell'ateismo perché non mira al gratuito divino. L'ateismo umilia l'uomo più di quanto abbia fatto il paganesimo che, ammettendo per l'uomo anche altri legami oltre a quelli con il mondo passeggero, non lo riduce a una mela buona da mangiare, piacevole agli occhi e utile per fare cose.
 
            Abitare fedelmente nella presenza fedele dell'altro fa sì che l'uomo si difenda contro il tempo che passa e divori tutto ciò che si sottomette a esso: nella casa familiare l'uomo rimane se stesso.
La presenza fedele dell'altro aiuta l'uomo a non identificarsi con il tempo e, quindi, a salvarsi, permettendogli di intravedere la presenza del divino che non passa. Essa, essendo la presenza per sempre, esige dall'uomo la fedeltà nell'essere presente agli altri uomini. Proprio con l'«aiuto» degli altri a cui è fedele l'uomo affonda le radici nell'infinità di Dio.
La fedeltà propria del matrimonio, raggiungendo l'eternità e gettando in essa le fondamenta perr la casa familiare che resiste al tempo e alle sue insidie, riflette, forse nel modo più adeguato possibile, la fedeltà con la quale Dio contrae il matrimonio con l'uomo.
 
            Il figlio comincia ad avvertire se stesso nell'amore dei genitori.
Il loro amore, rivelando da dove egli stesso proviene, rivela al figlio il suo destino. Nella presenza reciproca dei genitori, dell'uno all'altro, traluce al figlio la presenza di Dio.
 
Andando incontro alla proria famiglia con l'«aiuto» dell'amore dei genitori, il figlio trascende la famiglia stessa, cominciando proprio in essa a essere presente agli altri uomini.
La famiglia che trattiene il figlio e non l'«aiuta» a mirare al divino gratuito attraverso gli altri non è famiglia e il matrimonio che le ha dato inizio non è matrimonio, ma solo giustapposizione di individui che non «sono», ma solo «fanno» qualcosa insieme. La loro convivenza, perfino quella sessuale, è una convivenza forzata.
 
 
 
3. Edificare continuamente la famiglia: dall'oggetto al soggetto
 
            "Il peso di queste fedi d'oro", disse l'Orefice ai futuri sposi, «non è il peso del metallo. Questo è il peso specifico dell'essere umano, di ognuno di voi e di voi due insieme» (Karol Woityla, La bottega dell'Orefice).
L'identità degli uomini, la loro beatitudine e il loro desiderarla, sono un dono dell'aldilà.
 
            L'amore significa la sovranità delle persone.
Sovrano, dunque, è tutto ciò che ne nasce.
Sovrana è la persona umana,
sovrani, quindi, sono il matrimonio e la famiglia.
Sovrano e inviolabile è il corpo dell'uomo, nella misura in cui in esso si compie l'amore.
Sovrana è anche la casa familiare nel senso materiale del termine, quando costituisce lo spazio per le presenze delle persone.
Sovrana è la società, alla quale tali matrimoni e tali famiglie danno inizio.
Senza il permesso non si può entrare, nella persona, nel matrimonio, nella famiglia, nella nazione. Sarebbe un'aggressione.
 
            Nelle case ipoteticamente e caoticamente costruite tutti si sentono male. I figli vengono addirittura distrutti, perché non sapendo dall'inizio a chi rispondere (infatti, non li chiama nessuno), non sanno dove andare. Cadono nella miseria.
I figli privi della presenza del padre e della madre, non inseriti cioè nella laboriosa comunione della libertà, ma in un accomodamento transitorio, abusivamente chiamato matrimonio e famiglia, i figli privi del cognome e del patronimico, se ne vanno raminghi per il mondo. In diversi modi cercano non tanto di dimenticare ciò che loro manca, quanto piuttosto di convincersi che esso si trova alla portata delle loro mani.
 
            Fuori della casa familiare, caduto nel caos personale e sociale, l'uomo non è che un senza-tetto: non sentendosi amato, non ama. Dimenticando la sua provenienza, perde la sovranità. Si presenta non con il cognome, ma con una prassi che lo trattiene nelle cose che gli sostituiscono la dignità che nel cognome si manifesta. Si allontana sempre di più da sé, vive: «in un paese lontano», dove cerca di «saziarsi con le carrube che mangiano i porci" (Lc 15,13-16).
 
            Non sappiamo chi siamo se non ci sentiamo amati. Colui che si sente trattato come oggetto, allo stesso modo tratta gli altri. Sfruttato, sfrutta tutto e tutti, incominciando dal proprio corpo e da quello degli altri. La tragedia di tanti matrimoni, di tante famiglie e della società consiste proprio nel fatto che sono le debolezze a unire l'uomo alla donna, i figli ai genitori o i genitori ai figli.
            Usare e sfruttare l'altro, fino al momento in cui egli non è più mangiabile e gradevole agli occhi, costituisce spesso l'unico legame su cui si basano tante amicizie, tanti matrimoni, tante famiglie, tante figliolanze ... Tale matrimonio e tale famiglia, tale famiglia, e tale società.
 
            Questa tragedia deriva dalla confusione tra l'amare l'uomo e desiderare di possederlo, come se fosse un oggetto da usare e poi buttare. Chi desidera così l'altro non desidera il suo essere, ma il suo funzionare in questo o in quell'altro sistema.
Non bisogna dimenticare che i sacramenti concernono direttamente l'essere dell'uomo e non le funzioni che egli può svolgere o meno. Di conseguenza, il matrimonio sacramentale consiste nel rivelare·il proprio essere all'altro e nell'entrare nel suo essere rivelato. Il sacramento del matrimonio si compie nel desiderare sempre di più l'essere dell'altra persona, vale·a dire nell'amarlo. Amare le funzioni di una persona invece del suo essere significa desiderarla male.
 
 
            L'uomo non apprende l'amore, la speranza, la fede come apprende un mestiere. Egli li apprende quando un altro uomo lo "educe" (lo "tira fuori") dalla solitudine, chiamandolo a essere presente agli altri.
È in questa solitudine che il figlio privo della presenza dei genitori, il marito privo della presenza della moglie e la moglie priva della presenza del marito, cercano il rifugio nel mondo immaginario. In esso, separati l'uno dall'altro, la madre cessa di essere madre, il padre cessa di essere padre, e il figlio cessa di essere figlio; perché il figlio è tale nella misura cui si identifica con il padre e con la madre, e questi sono padre e madre nella misura in cui si identificano con il figlio, identificandosi prima l'uno con l'altro come sposi.
I genitori che non sanno chi sono tolgono al figlio la possibilità di ritrovare se stesso nell'esperienza della figliolanza. Egli, non esistendo nel dialogo con loro, non si sente responsabile perché essi non lo chiamano a rispondere con tutto se stesso al loro amore. Ciascuno abbandona l'altro o, meglio, cerca di dimenticare di essere stato abbandonato da tutti. Per mancanza della partecipazione all'essere e all'agire che si compie nel conoscere questo essere in quanto vero e nell'amarlo in quanto è buono, tutti cercano per conto proprio surrogati di verità e di bene. I genitori, allora, se vogliono venire a capo dei problemi dei figli, devono prima venire a capo dei propri problemi.
 
            Le storie raccontate dagli idioti sono sempre facili e noiose. Esse si basano sulla mancanza dei princìpi dell'essere e dell'agire, cioè del conoscere e dell'amare. La tristezza pervade colui che non è, perché non conosce e non ama, e per questo si sente mancato, indifeso. La sua volontà ne esce deformata e si dispera. I monaci hanno chiamato questo stato dell'uomo acedia (accidia).
            Nel ritorno ai principi c'è la guarigione della persona umana. È proprio nella presenza dell'altro che l'uomo comincia a guarire. L'altro allora è il principio e il fine nei quali si rivela il Principio e il Fine dell'uomo.
 
 
4. La famiglia nella società
 
            Nella casa edificata con la presenza del marito alla moglie, e di quella della moglie al marito, abiteranno anche gli altri, in un certo senso vi abiterà tutta la società.
Nella misura in cui tutta la società vi abita, ciascuno, «in chiunque s'incontri, riterrà d'incontrarsi o in un fratello o in una sorella o nel padre o nella madre o in un figlio o in una figlia o in qualche·discendente o ascendente di questi» (Platone).
 
            La famiglia, in quanto luogo della nascita e dell'educazione dell'uomo,
«è il vivaio della città» (S. Agostino).
«La casa dell'uomo deve essere l'origine e la cellula della città» (Aristotele).
Nella famiglia si decide il destino dell'umanità e del mondo.
 
            Perciò il matrimonio e la famiglia costituiscono il primo e ultimo bastione della libertà e della sovranità dell'uomo e della società. Se questo bastione cadesse, saremmo condannati a vivere in un grande campo di concentramento, ornato di banalità. Se qualcuno volesse distruggere la società, dovrebbe cominciare dal distruggere il matrimonio e la famiglia. Se volesse invece rigenerarla, dovrebbe avere cura di quell'amore che da' inizio a essi.
 
 
 
 

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