Cantico dei Cantici

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Trasfigurazione
Data 25-02-2018 | Visti  269

 Cantico dei Cantici

 
Trasfigurazione, 25 Febbraio 2018
 
 
Carissime e Carissimi sorelle e fratelli,
 
ogni pace e benedizione nel Signore.
 
Oggi è la domenica della Trasfigurazione, seconda di Quaresima.
 
Cosa ci vuole dire il Signore con questa parola? Mettiamoci in atteggiamento di umile ascolto.
 
La trasfigurazione di Gesù è, in Marco, all'interno del viaggio a Gerusalemme. È il viaggio che condurrà Gesù all'incontro con la sua passione, morte e risurrezione. In questo viaggio Gesù insegna a coloro che lo seguono i principi per diventare discepoli. È la scuola per diventare discepoli.
 
Ogni discepolo è impegnato in un viaggio. Siamo tutti in cammino verso la nostra meta fatta di dono totale di noi, fino alla fine, e di pienezza inaudita, oltre ogni nostra immaginazione.
 
La strada è la nostra condizione normale, siamo viandanti sulle vie dell'assoluto.
 
Il viaggio non è solo la condizione per avvicinarci alla meta, è esso stesso scuola, crescita, occasione di formazione. Il discepolo non si considera mai arrivato, mai perfetto, mai giunto alla fine del percorso. Siamo chiamati a crescere, a porre in atto le potenzialità che ci abitano. Siamo chiamati a contemplare l'esistenza con lo sguardo dei bambini (evocati proprio nel viaggio verso Gerusalemme). I bambini si stupiscono, guardano con meraviglia, non pretendono di aver già capito tutto. Non sanno già tutto, non sono già tutto. Sono, per definizione, in divenire, come il discepolo di Gesù.
 
Ecco che oggi la comunità dei discepoli fa una digressione dal cammino e sale sopra un alto monte. È vero che non tutti i discepoli salgono, ma quello che accade lassù ci viene raccontato, così anche noi saliamo e partecipiamo.
 
Questo avviene sei giorni dopo l'inizio del viaggio e la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo". A Pietro Gesù aveva detto anche: "Vai dietro a me", e aveva aggiunto l'insegnamento sul Cristo che dovrà morire e poi risorgere a Gerusalemme. Il discepolo doveva, inoltre, essere disposto a "perdere" la propria vita per Gesù e per il Vangelo, in modo da poterla ritrovare per l'eternità. I sei giorni dopo evocano il ritmo liturgico settimanale, e anche il sesto giorno della creazione, il giorno della comparsa dell'uomo e della donna che, nella comunione tra loro, sono immagine di Dio.
 
Cosa vuol dire tutto questo? Che quello che sta per accadere sul questo monte è una rivelazione e una nuova creazione. Sta per avvenire qualcosa che ci svela la pienezza del piano di Dio per noi. Qui ci viene detto a cosa siamo chiamati. È una rivelazione su chi è l'uomo.
 
Gesù viene trasfigurato, ha una metamorfosi (così in Greco), cambia forma. È sempre lui, non è un altro, e allo stesso tempo è cambiato. È lui in un modo diverso. Questo ci rimanda alla risurrezione. Anche lì Gesù sarà trasformato, "metamorfosizzato". Stiamo assistendo a un anticipo di risurrezione. La croce e la morte non sono l'ultima parola. Il discepolo è chiamato a perdere la propria vita non per non riaverla più, ma per essere trasformato, per riaverla potenziata al massimo, all'ennesima potenza.
 
Le vesti di Gesù non sono solo bianche, sono splendenti, emanano luce. La descrizione del vestito è un modo per esprimere quello che avviene alla persona. Il vestito esprime la personalità, l'umore, la funzione sociale, le scelte di fondo, ecc. Il vestito di Gesù dice che lui è destinato alla risurrezione, alla gloria incomparabile e senza fine. Come non ricordare il giovane vestito di bianco che annuncerà la risurrezione di Gesù alle donne presso la tomba vuota? E come non ricordare i 24 anziani e i salvati, vestiti di bianco, nell'Apocalisse? Siamo chiamati alla gloria. La morte non ha l'ultima parola.
 
Teilhard de Chardin diceva: "L'avvenire è più bello di tutti i passati. Questa è la mia fede". È la fede nella risurrezione di Gesù e nostra. È la fede nel mondo futuro che ci attende. È la fede nel fatto che la vita che avremo speso, ci sarà restituita in pienezza, immensamente moltiplicata.
 
Ai tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, fanno da contrappunto Elìa e Mosè. È la comunione dei santi, il superamento delle barriere di spazio e tempo. Assistiamo a un meeting di santi del Nuovo e dell'Antico Testamento. Al centro c'è Gesù. Lui è il punto x della storia e dell'universo. Lui è il centro verso cui tutto converge (AT) e dal quale tutto si espande (NT).
 
Mosè rappresenta la legge ed Elìa i profeti. "La legge e i profeti" è un'espressione usata per indicare tutto l'Antico Testamento. Il quale non è poi così "antico", dato che è ben presente nella vicenda di Gesù. Mosè ed Elìa ci dicono che Gesù non abolisce ciò che è venuto prima, ma lo assume, gli dà compimento. Non ci sarebbe Gesù senza coloro che lo hanno preceduto e, d'altra parte, coloro che sono venuti prima trovano in Gesù il loro senso.
 
Siamo anche noi chiamati alla comunione dei santi, a questo misteriosissimo fascio di relazioni che trascendono lo spazio e il tempo. E chissà cosa scopriremo, quali connessioni per noi ora impensabili!
 
Le tre capanne sono, in Greco, tre tende: skenàs. La skenè/tenda evoca la tenda del convegno dove Mosè incontra Dio faccia a faccia durante l'Esodo. È il tabernacolo del santo dei santi, la cella più interna del tempio. La tenda richiama il tempio. La parola skenè, inoltre, rimanda, per assonanza, all'Ebraico shekinah, la gloria di Dio che abita il tempio. Infatti qui ci troviamo immersi improvvisamente in una nube, e dalla nube esce la voce di Dio. Questo monte è il vero tempio perché qui vi è Gesù.
 
Il tempio siamo noi quando ci riuniamo, preghiamo insieme, ci vogliamo bene (bella questa espressione!), condividiamo la vita, ci spendiamo gli uni per gli altri.
 
Infine, la voce di Dio: "Questo è il Figlio mio, l'Amato, ascoltatelo". Gesù è il Figlio, è radicalmente Figlio, è l'essenza della figliolanza. E in quanto tale è amato (Agapetòs). E tali siamo noi. Siamo figli nel Figlio, siamo amati nell'Amato. Siamo anche noi radicalmente figlie e figli del Padre. Quante ferite dal non sentirci amati, apprezzati, valorizzati, accolti. Dal momento in cui entriamo nell'esistenza siamo affamati di amore, di qualcuno che ci riconosca come esseri individuali. La voce del padre riconosce il Figlio, e il lui riconosce tutti noi come figli amati. Siamo assolutamente, radicalmente, irrevocabilmente amati, ben voluti, accettati, accolti, valorizzati.
 
Questa consapevolezza viene dall'ascolto: "Ascoltatelo". Ascoltiamolo, ascoltiamo colui che è Principio del nostro essere figli. Ascoltiamo la voce che afferma ciò che siamo e che siamo chiamati a diventare.
 
Mauro Meruzzi

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