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Buon San Valentino
Data 14-02-2021 | Visti  40

 

San Valentino. La bottega dell'orefice, il poema scritto da Papa Wojtyla:

Vi proponiamo in questo giorno dedicato a tutte le coppie, San Valentino, un articolo di Elisa Prato, che i nostri lettori già conoscono. E' dedicato alla bellissima e non conosciutissima piéce scritta dal futuro Papa Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano.
Come mi ha spiegato la dottoressa Prato, proponendomelo per il Cofanetto magico, questo poema è sempre "attuale per l'umanità e la quotidianità che ne traspaiono; un'opera destinata a toccare le corde più intime anche di chi non si sente vincolato ad un credo religioso ma vive il proprio rapporto con la responsabilità legata alla legge della coscienza.
Io che l'ho letto, rivisto, ridotto, recitato due volte
", ha detto Elisa, "non posso fare a meno di respingere qualche lacrima tutte le volte che lo rileggo per qualche motivo…. E tutte le volte trovo qualcosa di nuovo".

Un grande Papa. E una grande opera la sua, proprio perchè ci conduce per mano alla scoperta dell'essenza dell'amore. Come molti sanno, io l'ho conosciuto personalmente, quando era cardinale: abbiamo parlato a lungo, da soli, seduti uno accanto all'altro. Alla fine di questo articolo troverete il link pubblicato da Avvenire sul nostro incontro (preso dal Corriere della Sera).
Non lo dimenticherò mai per la forza e la passione con cui mi parlava di libertà. Un tema presente anche nella "Bottega dell'orefice", per cui ringrazio Elisa di avercelo fatto conoscere in sintesi ma profondamente.
Karol Wojtyla era un uomo tutto d'un pezzo, e…"un pezzo di Chiesa", tenace e riservato. Papa Bergoglio è più aperto, semplice e diretto: anche quando si lascia andare a "battute". O a pensieri come quello che sicuramente avrà fatto fare un salto sui loro scanni a preti, vescovi, cardinali e a tutto l'insieme della curia sulla paternità responsabile: "Alcuni credono che per essere buoni cattolici dobbiamo essere come i conigli. Invece la paternità è responsabile, questo è il punto. Un cristiano non deve fare figli in serie".
E ancora: "Io ho rimproverato alcuni mesi fa in una parrocchia una donna perché era incinta dell'ottavo, e sette cesarei. Ma lei ne vuole lasciare orfani sette?".
Adesso lascio la parola ad Elisa Prato. Buona lettura!

Maria Cristina Giongo

"La bottega dell'orefice" è un poema drammatico scritto dal futuro Papa Wojtyla, con lo pseudonimo di Andrzej Jawien, intorno al 1960 (anno della pubblicazione sul n.78 della rivista mensile polacca Znak), quando era prelato a Cracovia.
Nel 1941 l'occupazione nazista della Polonia aveva fatto chiudere università, scuole superiori, case editrici, musei, teatri, tutto ciò che
significava cultura, insomma.
In questo contesto nasce il teatro rapsodico, fondato sulla forza espressiva della parola e sorto come teatro illegale, gli spettacoli del quale erano annunciati da sussurrati passaparola; di questa accademia della parola viva, della vita nella parola, fece parte anche il Nostro Autore.
Questa probabilmente la ragione per cui il pezzo è stato destinato da Lui stesso alla lettura ed alla radiofonia.

L'Autore, Karol Wojtyla, medita sulla sorte umana con parole estranee a schemi abituali, ma comprensibili ad ogni spettatore, che riguardano persone che giornalmente sfioriamo, equilibri di coppia quotidiani, senza indulgere più di tanto ad evocare situazioni cervellotiche o trascendenti.
Si racconta di due coppie che esplorano più o meno consapevolmente il loro rapporto, e ancora di una terza coppia in formazione tra i rispettivi
figli, i quali, osservando gli effetti del vissuto dei genitori sulla propria persona, vanno alla ricerca, con sorprendente perspicacia, di un autonomo equilibrio.
Tutti passano prima o poi dalla bottega dell'orefice, figura emblematica che esige da loro la responsabilità verso l'altro, e sono accompagnati dall'amico Adamo,che con sagacia li pilota verso il traguardo della giusta scelta.

NEL PRIMO ATTO

la giovane Teresa rivive con stupore e commozione i difficili primordi della nascita e del consolidamento dell'amore verso Andrea. Lei, la donna, è dotata di una personalità formata e completa, sicura del proprio alter ego, per quell' istintiva e ostinata perspicacia insita in molte ragazze sane che la porta naturalmente verso la scelta del giusto partner.
La dichiarazione d'amore di Andrea, apparentemente sfuggente e lungamente desiderato, non è del tutto una sorpresa. "Perchè mi sentivo in qualche modo adatta a lui…e capace di amarlo… Non mi sono mai permessa di coltivare un affetto condannato a rimanere senza risposta. Ma non e' stata una cosa facile".
Andrea, invece, è sentimentalmente un immaturo, un buon ragazzo"qualsiasi". Intuisce che Teresa è l'amore vero, ma lo teme, teme di comprimere la propria libertà invece di viverla. Si meraviglia del suo stesso interesse verso di lei, che comunque non riesce a tacitare: " …mi sono accorto che non usciva più dal cerchio della mia attenzione… fui costretto ad interessarmi a lei. Quando qualche ragazza colpiva la mia immaginazione, proprio nei momenti in cui i miei pensieri erano rivolti verso di lei, ecco che Teresa si impadroniva della mia mente, era lei la pietra di paragone per le altre".
Pensava, voleva che l'amore fosse solo passione, per cui la temeva, la scansava di proposito,ma, a dispetto di tutto, il suo interesse cresceva.
E subito dopo averle chiesto di essere la compagna della sua vita, comprende appieno la pienezza dell'amore-libertà'. "Teresa, il culmine miracoloso della mia maturazione. Ora non ho piu' nulla da cercare, non posso più camminare da solo, tremo solamente pensando come era facile perderla".
Intanto facciamo conoscenza con l'ambiente circostante. La voce di fondo ci immerge in una città antica, una città dell'est dove fa buio presto in ottobre, una cittàsenza traffico, animata da uomini che escono dagli uffici e donne che ritornano a casa guardando le vetrine. Compare per la prima volta in bottega la figura dell'orefice, il quale misura loro le fedi, solo oggetti di prezioso metallo fino a quando non saranno al dito degli sposi: "da quel momento saranno loro a segnare il…destino", spalancando ogni giorno il futuro e allacciandolo al passato.
Serviranno ad unire invisibilmente," come gli anelli estremi di una catena ".

NEL SECONDO ATTO

Anna si interroga sulla sua crisi coniugale con Stefano. Una crisi che non ha una causa visibile, non ci sono fra di loro divergenze o infedelta'. Il tempo passato insieme ha aggiunto giorni alla vita, ma non la vita al loro rapporto quotidiano. Complice una sensibilità diversa, si ritrovano apparentemente estranei.
Lei sembra l'unica a soffrirne ma non ha abbastanza autostima nè energia sufficiente per lottare, nè la lucidità per una costruttiva autoesplorazione. Spesso il matrimonio è considerato un punto di arrivo, in realtà è solo un punto di partenza.
Dal canto suo Stefano osserva la ferita intima e i movimenti della moglie: ma l'orgoglio impedisce ad ambedue di tornare l'uno verso l'altra. Anna passa ogni giorno davanti alla bottega dell'orefice e si ferma a guardare le fedi esposte, poi osserva la sua.
Il simbolo non le parla più, non vi ritrova "l'amore innegabile, l'inno cantato con tutte le corde del cuore". Alla fine Anna prende una decisione estrema: venderà la sua inutile fede.
"L'orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede.
Mi guardò nuovamente e la pose sulla bilancia, poi disse: – Questa fede non ha peso: la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d'oro.
Suo marito dev'essere vivo, in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola; pesano solo tutte e due assieme.
La mia bilancia d'orefice ha questa particolarità, che non pesa il metallo in sè, ma tutto l'essere umano e il suo destino."
Anna riprende l'anello e fugge senza una parola. Si confida con un uomo sconosciuto e rassicurante, Adamo, dal quale riceve un annuncio: "Tra poco passerà di qui lo sposo".
Lo sposo, pensa Anna, come ogni donna l'attende, "un essere perfetto, un uomo deciso, buono, diverso…"
Emotivamente carica, ferma nel ritenerlo un diritto, Anna vagola cercando lo sposo promesso. Finalmente un uomo la invita a salire in auto, ma la voce di Adamo la richiama, perchè lo sposo sta per passare.
Anna gli corre incontro e quasi grida, perchè quello sposo ha un volto conosciutissimo …

NEL TERZO ATTO

due giovani stanno per formare una coppia: sono Cristoforo, figlio di Teresa e Andrea, e Monica, figlia di Stefano ed Anna. Due giovani di diverso temperamento (aperto ed ottimista l'uno, chiusa ed insicura l'altra), ma già straordinariamente maturi, tanto da intravedere, ancor prima di convivere, quali possono essere i punti di forza e di fragilità della loro unione.
Il padre di Cristoforo è morto in guerra: il ragazzo, non avendolo mai conosciuto, è consapevole di non avere un modello maschile di riferimento, non sa che cosa si chieda ad un uomo.
Monica ha sviluppato un carattere introverso a causa della stenosi affettiva presente nella sua famiglia: non ha visto, lo dice lei stessa.
"l'unione che si dovrebbe prendere ed offrire quando si accetta la vita in comune", perciò ha paura anche di se stessa: "sono una ragazza difficile…che si chiude in sè per un niente e con sforzo rompe il cerchio che il proprio io continuamente disegna…, sono io che porto il germe dell'amore malato". Ma Cristoforo è sicuro. Il padre mancato è rimasto nella madre, la sua serenità di fondo gli permette di accettare la sfida : "non posso andare al di là di te".
Anche Monica e Cristoforo passano dalla bottega a misurare le fedi: a loro l'orefice non dice nulla, perchè sono già una coppia. Al matrimonio si riuniscono tutti, anche Adamo, tutti torneranno di sicuro dall'orefice.
"Se ne sono andati solo per un attimo, perchè creare qualcosa che rispecchi l ‘Amore assoluto è la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto".

Elisa Prato

Buon San Valentino a tutti!

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