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Amare per non morire. Lectio di Mon Francesco Follo
Data 07-09-2013 | Visualizzazioni  2359

 Amare per non morire

La rinuncia per amore è un dono gioioso.

Santità non è fare grandi cose, ma obbedire come figli, cioè liberi.

1) Amare il Padre più del padre.

Alle numerose persone che camminano con Lui perché Lui è il senso della vita, Gesù rivolge l'invito a rompere tutti i legami, persino quelli con se stessi (Lc 14,25-26). L'Evangelista Luca è minuzioso e insistente nell'elencare i legami da rompere e, inoltre, conserva in tutta la sua paradossalità il verbo greco misein (odiare). San Matteo usa il verbo greco fileo[1] che qui si può tradurre con «preferire», e - penso - giustamente. Anche San Luca, ovviamente, non intende odiare nel vero senso della parola. Pur collocando il verbo «odiare» nel suo significato più proprio di posporre, subordinare decisamente, queste parole di Gesù mantengono intatta la propria forza. Egli sa bene che i genitori devono essere amati e rispettati. Si tratta, anche per lui, non di odio, ma di distacco, di preferenza del Regno: tuttavia egli ha conservato il verbo greco misein che indica, senza dubbio, un distacco radicale. 
Non si tratta soltanto di rompere i legami con la famiglia, né basta un generico distacco da se stessi: l'esempio di Gesù è molto concreto e preciso: occorre essere disposti a portare la croce (versetto 27), cioè essere pronti all'effettivo e totale dono di sé. 
Le parabole della torre e del re (14,28-32) insegnano che bisogna riflettere bene prima di buttarsi in un'impresa, occorre calcolare le possibilità e creare le condizioni che permettono di concluderla con successo

La sequela non è fatta per i superficiali, per gli irriflessivi, perché prima di intraprendere a seguire Gesù occorre «calcolare e riflettere». Questo non significa trovare i modi per sfuggire alla logica della croce, bensì trovare i modi per condurla fino alle estreme conseguenze. Questo è il calcolo richiesto al discepolo. 


Ma che cosa significa in concreto «calcolare e riflettere?». Ce lo dice il versetto 33: "Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo". Solo nel distacco dai beni è possibile essere discepoli, è possibile il dono totale. Come per costruire una torre è necessaria una sufficiente quantità di mattoni ed i soldi per acquistarli, così per seguire Gesù è necessario il distacco dai beni.

In effetti non si può amare il Bene se il nostro cuore è attaccato ai beni.

La differenza tra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita, fino a rinunciarvi perché come dice il Salmo 62,4 : "La tua grazia vale più della vita".

Il sacrificio è redentivo, perché è la strada che Cristo ha percorso per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa.

Il sacrificio è educativo, perché ci impedisce di cullare l'illusione che la vita terrena debba durare indefinitamente; ci impedisce di scambiare la misera via del pellegrino con la luminosa ed eterna felicità della patria.

2) Seguire per amore e senza mezze misure.

Per raggiungere questa patria dobbiamo lasciare tutto per avere il Tutto, seguendo Cristo, che ci mostra che chi ama non muore, che solamente l'amore vince la morte. In effetti amando non si muore, si vive nell'altro o, meglio, si vive in Dio per sempre. Chiamati all'esodo dietro Cristo, Mosè definitivo, i cristiani sono chiamati a combattere le mezze misure. Due mezze misure fanno un intero solo in matematica. Cristo da noi vuole la misura intera, piena. Il nostro peccatto più frequente è, penso, il peccato di omissione: non è tanto il male che si fa, qunato il bene che non si fa o, piuttosto, il bene che si fa a metà. Nella vita cristiana la somme di due mezze misura dà come risultato la mediocrità[2]. Questa parola è eloquente: designa lo stato di chi si stabilisce nella mezza misura, di chi serve due padroni e che non può che essere tiepido, ma "Dio vomita i tiepidi(Ap 3,16):

Seguire Cristo è una "mortificazione" (=fare morte) di ciò che è caduco per una vita liberata, redenta. La rinuncia non è nel cristianesimo fine a se stessa, è sempre la via per aprirsi agli altri e all'Altro per eccellenza. Per andare verso l'altro, bisogna prima uscire da se stessi.

Seguire Cristo, camminare con Lui esige un uscire da noi stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario. Per andare dietro a Gesù come Lui esige non basta la commozione del cuore ma bisogna assumere la sua logica d'amore che ha come vertice la Croce e come esito la Risurrezione. Il dono della vita che Cristo ha fatto fu ed è un dono che porta vita, per sempre.

Seguire Cristo è dedicarsi alla preghiera infatti "l'orazione, esercitando l'anima, la unisce a Dio e le fa seguire le vestigia di Cristo crocifisso; così Dio fa di essa un altro se stesso, per desiderio, affetto e unione d'amore" (Santa Caterina da Siena, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 1). Con l'amore (agape) Dio stesso assicura in noi la continuità della sua presenza in noi. L'amore di due esseri ne fa uno.

In ciò ci sono di testimonianza le Vergini consacrate le quali offrono l'esempio di seguire Cristo abbandonandosi alla divina Provvidenza in un atteggiamento sponsale. Conformemente al Rito della loro Consacrazione quando il Vescovo chiede loro: "Volete seguire Cristo secondo il Vangelo in modo tale che la vostra vita appaia come una testimonianza d'amore e segno del Regno di Dio?", "Volete essere consacrate al Signore Gesù Cristo, il Figlio del Dio altissimo e riconoscerlo come sposo", esse rispondono: "Sì, lo vogliamo" (RCV, 17).

In effetti la consacrazione verginale implica una confidenza illimitata nel Figlio di Dio. "Chi si dona completamente a Dio non teme di abbandonare anche tutte le umane cose, per dedicarsi unicamente alle cose divine, per dedicarsi tutto a Dio, per cercare il Regno di Lui e la sua giustizia, per sgombrare dal suo cuore tutti gli affetti terreni, in una parola, per seguire Cristo, e stringersi alla beata nudità della sua croce, morendo su di quella alla terra, e vivendo solo al cielo: mentre dove sta il suo tesoro, ivi si trova pure il suo cuore" (Antonio Rosmini, Massime di perfezione cristiana, lezione V).

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